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Roma QR code

Intervista a Fabrice de Nola
di Vivian Gerrand

Roma, 21 giugno 2009

Vivian Gerrand: Come mai hai scelto di fare un lavoro sulle donne di Roma?
Fabrice de Nola: Il quotidiano La Repubblica mi aveva commissionato una illustrazione per Gazzella, un racconto di Cristina Ali Farah, pubblicato nel 2008 in una serie a cadenza settimanale di letteratura e arte dedicata alle donne di Roma. Nel 2009 è stata realizzata una mostra all'Auditorium con gli artisti coinvolti nel progetto, intitolata appunto Donne di Roma.
Dato il tema, ho pensato di chiedere ad alcune donne che vivono a Roma di inviarmi per email un testo breve sulla città. Volevo provare a fare un quadro attivo in cui fosse Roma stessa a raccontarsi attraverso alcune persone, in questo caso donne.

Auditorium Roma
Fabrice de Nola, 2008. Auditorium Roma.

V: Hai scelto donne con ascendenze non romane...
F: Lo scrittore inglese Charles Reade diceva che gli occhi degli stranieri vedono meglio. Così ho coinvolto persone che vivono a Roma ma che hanno altre origini, mi interessavano questi punti di vista, e mi è sembrato interessante osservare la città da questa prospettiva.
Ho quindi chiesto ad alcune amiche di collaborare al progetto e spargere la voce. Hanno aderito donne di diverse estrazioni sociali e di molte nazionalità e professioni. Molte di loro non le conoscevo e non le ho mai conosciute personalmente.
Tutti i contributi raccolti sono ora su una veduta aerea della città. Un mosaico di codici QR contenenti fugaci e sintetiche impressioni, un paesaggio di pensieri soggettivi da decifrare con l’aiuto dei telefonini.

V: Ma come funziona? Cos’è un codice QR?
F: il QR code è un tipo di codice a barre sviluppato in Giappone nel 1994 da Denso Wave, inizialmente per marcare i pezzi nelle fabbriche di Toyota. Il software è stato poi rilasciato con licenza libera. I codici QR, fruibili dai telefonini muniti di fotocamera e accesso al web, possono contenere testi brevi e link.
Per leggerli basta aprire il lettore di codici QR del telefonino, (spesso già installato o eventualmente da scaricare gratuitamente) e puntare il codice con la fotocamera.

V: È molto interessante come approccio. Come ti è venuta l’idea di lavorare così?
F: Alla radice di ogni idea si trovano generalmente bisogni da soddisfare e modi di pensare... Da qualche anno tento, in vari modi peregrini, una riflessione poetica e tecnica sull'immagine come informazione. Ho sempre trovato utile e necessario poter ricondurre il lavoro al tessuto culturale in cui si sviluppa e collegarlo ad un contesto. Ho pensato le prime versioni del mio sito web sulla base di questi presupposti, nel tentativo di realizzare ciò che mi era impossibile in un quadro.
Dal 1999 desideravo dipingere codici a barre, ma ovviamente era assurdo che per leggerli bisognava portare il quadro in un supermercato... Aggiungere al quadro un dispositivo di lettura avrebbe snaturato la pittura.
Nel 2005 ho saputo dell'esistenza dei codici QR e ho capito che si sarebbero prestati bene alle mie necessità, al mio modo di pensare l'arte.
Dopo alcuni esperimenti, nel 2006 ho finalmente dipinto il primo quadro con un QR code. Inserire istruzioni per i telefonini in un oggetto statico come un dipinto corrispondeva al mio bisogno di realizzare un vero quadro ipermediale, che non fosse isolato dai suoi rimandi.

V: Forse i codici sono dei traduttori, degli intermediari...
F: Si, i QR usano un linguaggio che fa da ponte tra il mondo fisico degli oggetti e la sfera multimediale dell'informazione (chiamata da molti virtuale), favorendo un dialogo tra vecchie e nuove tecnologie e trasformando un quadro (o una stampa fotografica) da schermo primitivo in una sorta di browser, di finestra sul web. Per un'immagine statica, ma soprattutto per la pittura, si aprono orizzonti e opportunità prima impensabili.
I media coinvolti nel processo conservano le loro peculiarità, come nel caso del mio lavoro: l'oggetto immagine quadro, il web e la scrittura rimangono tali, ma si intersecano in un dialogo che coinvolge diversi flussi d’informazione: i pensieri e l'immagine della città, la rete di Wikipedia, le memorie dei cellulari e del web.
L'intermediazione dei codici consente all'opera di estendersi oltre la sua superfice, diventando un oggetto ipermediale. Eppure rimane un quadro a tutti gli effetti.


Auditorium Roma (particolare con codice QR).

V: La partecipazione e l’interazione sono dunque su diversi livelli...
F: Si, basti pensare che i testi sono come un frammento del mosaico della mente di Roma, memorizzabile su cellulare; la veduta della città è un'immagine che, ripresa da altri occhi, non so di chi, ha avuto un suo percorso in diversi circuiti, fotografici, informatici, mentali, per poi essere ridisegnata da me. E poi Wikipedia! Dato che i contenuti su Wikipedia sono work in progress, chi lavora a quei contenuti trasforma indirettamente e inconsapevolmente le informazioni nel quadro. Il paesaggio informazionale del quadro è dunque suscettibile di mutazioni autonome.

Tutto sommato a me non interessa tanto il giochetto di prestigio dei codici, l’aura magica che questa tecnologia potrebbe dare al dipinto nel momento in cui è ancora relativamente poco diffusa. Quello che mi piace, e che trovo veramente entusiasmante e magico, è la partecipazione altrui, la complessità vivace dell'opera, e il fatto che internet diventa un contesto che pervade l'ambiente fisico.
Questo lavoro è infatti in una prospettiva di internet delle cose, il cui sviluppo, insieme ad altre modalità, caratterizzerà il web 3.0.
Senza contare che questo nuovo modo di dipingere mette un punto al dibattito sulla questione della morte della pittura. La pittura è più viva che mai!

V: Come è stato accolto il lavoro? Come si è rapportata la gente con i codici?
F: Quelli che si rapportano con il mio quadro con scioltezza sono i giapponesi. In Giappone questa tecnologia è normalmente diffusa: quando compri un telefonino, ci trovi il lettore QR già installato. Dato che tutti i giapponesi accedono normalmente a internet dal telefonino, in Giappone è facilissimo imbattersi in un QR che ti rimanda a pubblicità o approfondimenti sul web.
Attualmente in Italia le compagnie telefoniche tendono a frenare l'accesso al web da telefonino e quindi non tutti sono a loro agio di fronte a un codice QR. Ma gli smartphone stanno già cambiando le cose.


Caroline Bo legge Auditorium Roma con il cellulare.

Gli italiani che leggono i codici di solito sono giovanissimi oppure adulti informati.
Nonostante la scheda informativa accanto al quadro, molti non si sono accorti di che si trattava, e sono rimasti piuttosto indifferenti. In effetti se non sai che cos'è vedi solo una mappa con delle macchiette sopra. Alcuni invece credevano che i codici fossero pulsanti da pigiare con le dita. C’è poi chi ha detto addirittura che l’uso dei codici aumenta il divario digitale! Devo dire che all'indifferenza preferisco questo buffo genere di polemica.
Comunque la maggior parte delle persone con cui ho parlato ha espresso un grande entusiasmo per il progetto. Considerando che i codici QR sono un linguaggio relativamente nuovo per l'Italia, la risposta del pubblico è stata comunque molto positiva. Qualcuno però (tra quelli incapaci di fruire dei codici) ha detto che il lavoro è freddo.
Questo quadro non è stato pensato per un pubblico del '900, è un'opera contemporanea, concepita per un pubblico che ha sempre un telefonino addosso, sa usarlo e vive in una realtà che comprende internet. Ovviamente io non ho dubbi: il mosaico incompiuto della mente femminile di Roma rende il quadro caldissimo, e i link a Wikipedia lo fanno letteralmente vivere. Infatti, come accennavo prima, il significato del quadro può cambiare in relazione a quanto cambiano i contenuti su Wikipedia a cui è collegato. Altro che freddezza, questa è vita.
Inoltre le strade nel quadro sono dipinte con un pigmento al fosforo, e al buio si accendendono come una rete neurale. Paradossalmente l’opera mostra nel buio di che pasta è fatta: quella rete luminosa è una metafora che vale ogni possibile spiegazione concettuale.

V: La posizione dei codici nel quadro su Roma è legata ai contenuti?
F: No, li ho sparsi in modo casuale perchè rischiavano di accumularsi in alcuni punti o finire fuori dal quadro, che non inquadra tutta Roma. La posizione dei codici non è fondamentale, si parla della città, ci sono riferimenti a luoghi specifici, ma sempre in relazione a Roma.

qrcode
QR code con testo di Cristina Ali Farah.

V: Come sai, mi sto interessando alla diaspora somala e particolarmente alle scrittrici italo somale, Igiaba Scego e Cristina Ali Farah, i loro testi in qualche modo creano uno spazio di appartenenza per i somali che vivono in Italia. Quando ho visto il tuo quadro su Facebook e poi sul tuo sito a me è sembrato anche come uno spazio per accogliere.
F: La scelta di realizzare un’opera partecipativa si è rivelata un modo per descrivere Roma meglio di quanto avrei potuto fare da solo e in un solo quadro. Questa scelta mi ha dato anche delle sorprese: per la moldava Magdalina Fialcovskaia il quadro si è infatti rivelato una occasione per esprimersi, e quindi anche un luogo di accoglienza. Ad ogni modo questo lavoro non offre le opportunità tipiche di una rete sociale.
Per quanto riguarda Ubah Cristina Ali Farah, durante la realizzazione del quadro ci sentivamo spesso al telefono, è stata lei ad accogliere me, nel senso che è stata molto paziente nell'ascoltarmi e disponibile allo scambio di idee. Ubah è la musa di Auditorium Roma.
Ubah mi ha raccontato molto della diaspora somala, di cui prima non sapevo assolutamente nulla.

V: E Igiaba Scego invece?
F: Igiaba l’ho conosciuta di persona dopo la realizzazione del quadro. È una persona deliziosa e piena di energia. Igiaba è una che sa che l’azione dei singoli ha un effetto sulla società, quindi è vivace e attiva, mi piace anche per questo.

V: Hai letto i suoi racconti?
F: Ancora no. Sto leggendo Madre Piccola di Ubah. Ho letto molti dei loro articoli sulla stampa italiana e non credo di averne peso uno su Internazionale.





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